ROMA, 11 gennaio – C’è un momento, nel Vangelo di oggi, in cui tutto sembra fermarsi. Non ci sono folle in festa, né miracoli che sorprendono. C’è solo un uomo che entra nell’acqua, in fila con gli altri, senza difendersi, senza spiegarsi. È da questo gesto semplice che prende forma una delle pagine più decisive della fede cristiana.
Il Vangelo del giorno (Mt 3,13-17)
Dal Vangelo secondo Matteo: in quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Un gesto che sorprende
Il primo elemento che colpisce è la scelta di Gesù. Non inizia la sua missione con un discorso pubblico, né con un segno potente. Inizia mettendosi in fila. Scende lungo il fiume Giordano come tanti altri uomini e donne del suo tempo. Non prende le distanze. Non si sottrae. Non rivendica alcun privilegio. Questo dettaglio, spesso sottovalutato, è invece centrale. Il Figlio di Dio non si presenta dall’alto, ma dal basso. È una scelta che parla ancora oggi, soprattutto a chi vive momenti di fragilità. Gesù non chiede all’uomo di essere perfetto per avvicinarsi a Dio. È Dio che sceglie di avvicinarsi all’uomo così com’è.
Il dialogo che rivela la verità
Il dialogo tra Giovanni Battista e Gesù è breve, ma intenso. Giovanni intuisce subito che qualcosa non torna. Sa chi ha davanti. Sa di non essere all’altezza di quel gesto. «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te». In questa frase c’è tutta l’onestà di chi riconosce il limite. Giovanni non finge, non recita un ruolo. Dice la verità. Ed è proprio questa verità che permette al disegno di Dio di compiersi. La risposta di Gesù non è una spiegazione teologica complessa. È una frase semplice, quasi disarmante: «Lascia fare per ora». Non forza, non impone. Chiede fiducia. E aggiunge: «conviene che adempiamo ogni giustizia». La giustizia di Dio, qui, non è una legge fredda. È una relazione che si costruisce nell’obbedienza e nell’ascolto.
La giustizia che non umilia
Nel linguaggio biblico, “giustizia” non significa punizione o rigidità morale. Significa stare al proprio posto davanti a Dio. Gesù sceglie il posto dell’uomo, fino in fondo. Condivide il cammino, anche quando non ne avrebbe bisogno. Questo passaggio è fondamentale per comprendere il cristianesimo. Dio non salva da lontano. Salva entrando nella storia, accettando la fatica, il limite, persino l’incomprensione. Chi oggi si sente inadeguato, fuori posto, in ritardo rispetto alla vita, può riconoscersi in questa scena. Gesù non evita l’acqua torbida dell’esistenza. Ci entra.
Il cielo che si apre
Solo dopo l’immersione avviene qualcosa di nuovo. Il testo dice che “si aprirono i cieli”. Non prima. Non mentre Gesù parla. Ma dopo che è sceso nell’acqua. Questo dettaglio è decisivo. Il cielo non si apre perché Gesù compie un gesto straordinario, ma perché accetta di condividere fino in fondo la condizione umana. È l’umiltà che apre il cielo, non il potere. Lo Spirito discende come una colomba. Un’immagine delicata, non aggressiva. Lo Spirito non invade, non travolge. Scende, si posa, accompagna. È un segno di pace, non di conquista.
Una voce che dà identità
La voce dal cielo non chiede nulla. Non ordina. Non minaccia. Dice soltanto: «Questi è il Figlio mio, l’amato». Prima ancora di fare qualcosa, Gesù riceve un’identità. È amato. È riconosciuto. È accolto. Questo vale anche per ogni uomo e ogni donna. Prima delle scelte, prima degli errori, prima delle cadute, viene l’amore. In un tempo in cui l’identità sembra dipendere dai risultati, dall’efficienza, dall’immagine, il Vangelo di oggi riporta tutto all’essenziale. Il valore di una persona non nasce da ciò che fa, ma da ciò che è agli occhi di Dio.
Un messaggio per chi è stanco
Questo Vangelo parla in modo particolare a chi si sente stanco, giudicato, inadeguato. Gesù non inizia la sua missione chiedendo conversioni immediate o cambiamenti radicali. Inizia condividendo. Il battesimo al Giordano non è un punto di arrivo, ma un inizio silenzioso. È l’inizio di un cammino che passerà attraverso il deserto, la fatica, il rifiuto, la croce. Ma tutto parte da lì: dall’acqua e dalla fiducia.
Una fede che non umilia
Il cristianesimo, quando resta fedele al Vangelo, non umilia l’uomo. Non lo schiaccia sotto il peso delle regole. Lo accompagna. Gli ricorda che non è solo. Che Dio ha scelto di camminare accanto, non sopra. Il gesto di Gesù al Giordano è una dichiarazione silenziosa: nessuno è escluso. Nessuno è troppo lontano. Nessuno è dimenticato.
Oggi, cosa resta?
Resta una domanda semplice: dove mi trovo io, oggi, in questa scena? Sono tra la folla in attesa? Sono come Giovanni, in difficoltà davanti a ciò che non capisco? O sono chiamato a entrare nell’acqua, anche quando non ne vedo il senso? Il Vangelo non chiede risposte immediate. Chiede ascolto. E forse, come allora, invita semplicemente a “lasciare fare”, fidandosi di un Dio che sa aprire il cielo anche nei momenti più ordinari.

